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Sorrento
in epoca moderna
Dopo la morte della regina avvenuta nel 1438,
Sorrento resistette fieramente alle spedizioni di Alfonso I D’Aragona
e capitolò solo nel 1467. La città fu concessa al cavaliere
del re Gabriele Correale che fu nominato duca a soli 19 anni.
L’11 marzo 1544 nasce Torquato Tasso nella casa della famiglia
Matrogiudice, ma vi si stabilisce solo nel 1577 presso la sorella
Cornelia. Uno degli eventi più dolorosi per la città
di Sorrento, fu l’assalto della flotta Turca di Pialì
Mustafà nella notte del 13 giugno 1558. Un domestico turco
a servizio della famiglia Correale, incoraggiò i suo compatrioti
a sbarcare, aprì la porta della Marina Grande e li introdusse
in città. La chiave era custodita dalla famiglia Correale,
conservatrice delle quattro porte sorrentine. I turchi fecero 2000
prigionieri, devastarono monasteri, case e chiese saccheggiando e
incendiando tutto ciò che trovavano. Rubarono la statua in
argento di S.Antonino e la campana. Dopo questo terribile episodio
la città di Sorrento impiegò molti anni per ricostruire
e fortificare le sue mura. Trascorso senza fatti di rilievo il viceregno
austriaco, con la venuta di Carlo di Borbone inizia un periodo di
rinascita economica e di tranquillità civile che durò
fino alla rivoluzione Francese. E’ il secolo del Grand Tour
e dei visitatori illustri a Sorrento. Durante il periodo 1798-1815
molti generali francesi villeggiarono a Sorrento e nel 1808 i francesi
occupano Capri mentre Gioacchino Murat risiedeva in una splendida
villa a Massa Lubrense da dove riusciva benissimo a vedere l’isola.
Anche il 1800 è un secolo d’oro per il turismo d’elite
a Sorrento; Vi soggiornano scrittori e poeti inglesi, francesi , tedeschi
e russi.
Sorrento Contemporanea
Nel 1818 si costruì il ponte di Cesarano
e si riparò il convento di s. Antonino per adibirlo a casa
comunale. Nel 1834 si portò a termine la statale Panoramica
Sorrento-Castellammare. Nel 1927 furono riuniti i Comuni di Sorrento,
S.Agnello, Piano e Meta in un unico comune denominato Sorrento. La
Penisola Sorrentina in quesi ultimi anni si è ingrandita molto
e ha fatto grandi progressi e ha subito grandi trasformazioni tutte
tese a offrire sempre più comfort ma conservando sempre intatto
il suo fascino ed i suoi panorami mozzafiato.
La Cattedrale
Fondata nell’anno Mille e ricostruita
nel Quattrocento in forme rinascimentali, è accompagnata da
un insolito campanile d’influsso bizantino.La facciata e' in
stile gotico. Su un fianco presenta un portale marmoreo del 1479.
Nell’interno, tripartito, a croce latina sono conservati rilievi
in marmo e un coro ad intarsio.Nella prima cappella si puo' ammirare
un piccolo dossale marmoreo col "Redentore" del 1522 inquadrato
da "Santi" e da un'"Annunciazione" del XIV-XV
secolo; alla parete sinistra "San Cristoforo". Nella navata
centrale "I martiri sorrentini Quinto, Marco, Quartilla e Quintilla"
e due tele coi quattro "Vescovi patroni" di Nicola e Oronzo
Malinconico (1685). Sul soffitto l'"Assunzione", "SS.Filippo
e Giacomo", di Giacomo del Po. In fondo il "trono arcivescovile"
del 1573 e di fronte un "pulpito" marmoreo del 1573, sotto
il quale e' una "Madonna col Bambino tra i SS.Giovanni Battista
ed Evangelista" di Silvestro Buono. Nel transetto il "Presepio";
nell'abside un coro ligneo.
S.Antonino
Di S. Antonino non si sa ancora oggi
con certezza né il luogo né la data di nascita, né
il tipo di vita da lui condotto fino a quando giunse a Stabia e fu
benevolmente accolto da Catello, Vescovo di quella città, il
quale poi, ritiratosi a vita eremitica sul monte Faito, gli affidò
il governo spirituale della sua diocesi. Ma non molto dopo S. Antonino,
lasciato l'incarico, si ritirò anche lui su quel monte, e lì,
dopo una visione dell'Arcangelo Gabriele, costruirono insieme un oratorio
in suo onore. Diffusasi intanto nei paesi vicini la fama della sua
santità, i Sorrentini lo pregarono di stabilirsi presso di
loro, ed egli, accogliendo il loro invito, lascio le solitudini del
Faito ed il vescovo Catello, ed entrò nel monastero benedettino
di S. Agrippino, di cui allora era abate un certo Bonifacio, che nell'imminenza
della morte lo designò suo successore.Anche in quella veste
S. Antonino diede luminosi esempi di virtù e di santità,
ed operò miracoli, di cui il più celebre fu quello di
aver liberato e restituito sano e salvo alla madre disperata un bambino,
che era stato ingoiato da un grosso cetaceo, che si era avvicinato
alla spiaggia di Sorrento.Di S. Antonino si sa pure che quando le
cure dell'abazia gli lasciavano del tempo libero, egli lo impiegava
in lavori manuali, specialmente in quelli di falegname e di vignaiuolo.S.
Antonino chiuse la vita terrena, pieno di meriti, il 14 Febbraio dell'anno
in cui era console Probiano, e cioè nel 471 d.C.Ma, come per
la data ed il luogo di nascita, anche per quanto riguarda la morte
di S. Antonino nulla è certo. In quanto alcuni studiosi fanno
risalire la sua morte al 626 d.C., mentre altri nell'830 d.C.
Le
Processioni della settimana santa nella penisola Sorrentina
Le origini
Le confraternite italiane, sin dalle loro origini, hanno organizzato
autonomamente o in collaborazione con altre istituzioni sia religiose
che laiche, processioni e rappresentazioni sacre in occasione di particolari
ricorrenze. Queste manifestazioni di fede avevano, ed in buona sostanza
ancora conservano, aspetti di connotazione eminentemente e sinceramente
religiosa e penitenziale, dai quali però non andavano e non
vanno tuttora disgiunte talune espressioni di esteriorità tendenti
a far prevalere il lato emozionale delle manifestazioni stesse attraverso
l'esposizione scenografica e/o drammatica dell'evento oggetto della
celebrazione, come nel caso delle rappresentazioni della Passione
e Morte del Cristo. Accanto alla funzione religiosa vi fu quindi sotteso
un certo interesse propagandistico, nel senso migliore della parola,
da indirizzare verso la società civile per ottenere adesioni
e consensi, sia in campo religioso che a livello corporativo, nonchè
distinzioni tra le singole associazioni onde suscitare o confermare
tra le popolazioni posizioni di prestigio collettivo e personale per
i confratelli partecipanti, principalmente per i quadri dirigenti.
Particolare attenzione venne posta dal mondo confraternale in modo
preminente alle processioni del Corpus Domini e della Settimana Santa,
più che a quelle in onore dei Santi protettori, per le quali
si organizzarono a Roma e nelle più grandi città italiane,
segnatamente a partire dal sedicesimo secolo, cortei e rappresentazioni
sacre imponenti per numero di partecipanti, per sfarzo di paludamenti
e per ricchezze di scenografie.
La consuetudine interessò, ovviamente, anche la provincia italiana
dove le manifestazioni, pur non avendo le stesse caratteristiche di
grandiosità e lustro, poterono conservare gran parte delle
motivazioni religiose originali, perdurare nel tempo come tradizioni
popolari e giungere, sovente quasi indenni, sino ai nostri giorni.
E' appunto il caso verificatosi nell'area sorrentino-amalfitana dove
sia le confraternite che altre organizzazioni parrocchiali danno tuttora
vita ad antiche e suggestive rappresentazioni sacre in occasione della
Settimana Santa e di particolari ricorrenze quali la solennità
del Corpus domini ed il Natale.
La storia delle processioni in Penisola
Le origini delle processioni della
Settimana Santa nella penisola sorrentina non sono accertabili con
esattezza. Ricollegabili senza alcun dubbio all'antica consuetudine
del mondo confraternale sin dal suo sorgere, esse ebbero sicuramente
un notevole impulso durante la dominazione spagnola nel Regno di Napoli,
ma la consuetudine di andare in processione in preghiera cantando
salmi nel Giovedì Santo e di visitare gli Altari della Reposizione,
i Sepolcri come ancora oggi impropriamente si dice, è antichissima
e risale a molti secoli addietro.
Le confraternite sorrentine si dividono questo compito, secondo le
loro antiche consuetudini, visitando gli Altari la sera del Giovedì
Santo, dopo le funzioni liturgiche nella Chiesa parrocchiale, o nella
notte tra il giovedì ed il Venerdì Santo, portando in
processione, in tal caso, anche la statua della Madonna Addolorata
che simboleggia nella tradizione popolare la Madre alla ricerca del
Figlio caduto nelle mani dei suoi carnefici.
La processione del Cristo Morto si svolge dopo le funzioni liturgiche
del Venerdì Santo, al tramonto. In passato era organizzata
generalmente dalle Chiese parrocchiali che invitavano le confraternite
a parteciparvi. In alcune parrocchie l'organizzazione della processione
era ed è tuttora compito, per antica tradizione, di una particolare
confraternita.
Le processioni della Settimana Santa sono la parte fondamentale dell'impegno
secolare non solo delle Confraternite dell'Arcidiocesi di Sorrento,
che ogni anno le animano rinnovando puntualmente un mitico, secolare
appuntamento di primavera, ma di tutti gli abitanti della Penisola
sorrentina che vivono in esse momenti particolari, mistici ed affascinanti.
Descrivere l'atmosfera che circonda queste nostre manifestazioni così
coinvolgenti e suggestive non è cosa facile; bisogna viverle,
"esservi dentro" ed immergersi in quell'aria misteriosa
e severa, delicata ed altera, ma sempre e comunque di grande drammaticità
per capirne l'essenza e riceverne emozioni e sentimenti.Gli incappucciati
sfilano a passo lento, cadenzato; sfuggono nella notte, paludamenti
bianchi, neri, rossi, violacei, azzurri, appena illuminati dalle fiaccole
e dai lampioni che recano e poi croci, simboli della Passione, stendardi
e canti struggenti, mitiche visioni e percezioni impalpabili di tempi
remoti risalenti, attraverso l'inconscio, a riti forse vissuti, lontani
nel tempo secoli o millenni.
I Simboli
Le notti del Giovedì e del Venerdì
Santo sono notti affascinanti. "Incantesimo del Venerdì
Santo", la musica di Wagner, come d'incanto è la rievocazione
della Passione e Morte del Cristo che le Confraternite sorrentine
rappresentano da secoli, recitando un dramma millenario che coinvolge
e commuove poichè ricorda un misfatto storico, il crimine più
grande dell'umanità. I confratelli interpretano con convinzione
il loro ruolo; penitenti ed attori ad un tempo, in modo profondamente
laico ma convintamente religioso, essi tendono a coinvolgere emotivamente
gli spettatori, quasi a volerli rendere responsabili delle sofferenze
a cui fu sottoposto il Cristo, anche a causa dei loro peccati, attraverso
la presentazione nei termini più drammatici e crudeli delle
torture a cui fu sottoposto. La loro rappresentazione non è
dunque manifestazione esteriore di fede o di tradizione popolare ma
è interpretazione di sentimenti più importanti che emergono
dal profondo dell'animo e si inoltrano nell'ignoto come ignoti sono
gli stessi incappucciati. Essi, negando il loro volto ed annullando
la propria identità, esprimono impassibilità ed emozioni,
convinzioni e dubbi, fede e tradizione, sovente un'ansia che anela
nel segreto a ritrovare una libertà interiore perduta, a rafforzare
una fede sopita, ad espiare errori attraverso un sacrificio, ancorchè
minimo, nel portare una fiaccola, un simbolo della Passione, una statua
o una croce leggera, molto più leggera di quella del Cristo.
Il significato
Le processioni della Settimana
Santa sono dunque una sincera ed accorata espressione di fede religiosa
e di pentimento, non un avvenimento di folklore locale dettato solamente
dalla tradizione o, peggio, da effimere esigenze turistiche, poichè,
se così fosse, esse sarebbero già estinte da tempo come
è avvenuto per altre manifestazioni. I sostenitori di queste
tesi, e ve ne sono anche tra il clero, con un esame più approfondito
potrebbero sicuramente convincersene. Quanti fratelli non assidui
nel frequentare le funzioni religiose colgono queste occasioni per
entrare nella loro Chiesa o nella Congrega e partecipare da ignoti
penitenti, magari passando sommessamente dalla porta laterale o da
quella piccola "sotto il campanile", complice un saio ed
un cappuccio senza nome. Quanti giovani, lasciando gli abituali impegni
e gli svaghi, trascorrono nei mesi precedenti la Settimana Santa intere
serate in faticosi preparativi, in pazienti lavori per preparare il
vestiario, per lucidare i lampioni, per concertare i canti; e per
alcuni di loro tutto ciò è anche occasione per restare
lontano dalle insidie della odierna società. La nostra religione
è fatta anche di testimonianze, e di segni, e tali sono le
nostre processioni, segni tangibili di fede, senza dubbio positivi
anche se velati da residui sedimenti di orgogli e vanità personali
e collettivi, da cui sarebbe auspicabile liberarsi. Esse non appartengono
solamente alle confraternite che le organizzano o agli incappucciati
che le interpretano; sono patrimonio di tutti e vengono intensamente
vissute da tutti, penitenti e fedeli, attori e spettatori. Chi assiste
ai bordi delle strade al lento passare dei confratelli dal volto coperto
vive e partecipa in eguale misura alla rappresentazione del dramma.
Attori e spettatori, tutti in ogni caso penitenti, restano immersi
in lunghi e religiosi silenzi confermati dal fruscio dei sai, de passi
lenti e cadenzati degli incappucciati, dall'incedere frettoloso dei
maestri di cerimonia, in uno scenario spesso particolare e suggestivo
reso più drammatico dalla luna che, correndo tra nuvole grevi,
ora disegna ed ora cancella tremolanti e fantastiche ombre sul selciato
luccicante per la pioggia o l'umidità della notte. Mitiche
immagini senza tempo.
Le antiche mura, le porte
e l'impianto della città
I greci o gli Osci cinsero la città di
mura il cui andamento era interrotto da almeno cinque porte, di cui
due verso il mare e una su ognuno dei lati rivolti verso terra.La
presenza delle due porte verso il mare (ubicate alle estremità
nord-occidentale e nord-orientale del centro abitato) si aprivano
in corrispondenza di due percorsi gradinati in diretto ed immediato
rapporto con le marine e quindi ciò fa presumere che i flussi
commerciali, in epoca pre-romana e romana fossero affidati esclusivamente
al mare. Fu con i Romani che venne realizzata la strada che, seguendo
le linee di costa della penisola , collegava Sorrento con Stabia e
con il Capo Ateneo. Qui i Greci costruirono un tempio dedicato alla
dea Atena poi consacrato dai Romani a Minerva. Fu anche luogo di approdo
per l’isola di Capri. La strada romana si innestava perfettamente
nel decumanus maximus mediante due porte ubicate alle opposte estremità
del decumano stesso (porta Minerva ad ovest e porta del Piano ad est)
oggi purtroppo distrutte.Sul lato occidentale all’uscita della
città dalla porta Minerva ci rimangono solamente dei resti
del ponte che scavalcava il profondo burrone che delimita questo lato
dell’abitato. Di esso si sono conservati due piloni con l’
attacco dell’arco; i piloni alti circa dieci metri e impostati
sulla roccia, sono in conglomerato cementizio con un paramento in
opera reticolata e conci di tufo; la luce dell’arco è
di cinque metri circa. L’opera si data, per il tipo di tecnica
edilizia in età augustea. Sul ponte in muratura poggiava quello
di legno collegato alla porta di Massa. Della Porta del Piano, posta
ad est del decumano maximus, non ci rimangono che alcune illustrazioni
di Giacinto Gigante conservate al Museo di Capodimonte poiché
l’antica porta fu distrutta nel 1866 per ampliare la Piazza
Tasso e costruire il Corso principale parallelo al decumano maggiore.
La Porta del Piano o di Stabia sorgeva all’ingresso della città
e sovrastava il fossato ad est scavalcato anch’esso da un ponte
oggi murato. Fino al 1866 sulla Porta del Piano era ubicata anche
la statua di S. Antonino, il Santo patrono venerato a Sorrento, in
seguito spostata al centro della piazza Tasso. Incorporato nelle mura
a “guardia della città e della porta” sorgeva anche
un castello edificato nel 1272 più volte distrutto e riedificato
col passare dei secoli. La porta che dà accesso alla Marina
Grande, come in antico al porto, nonostante i vari rifacimenti subiti
è indubbiamente antica. Costruita in opera quadrata con blocchi
di calcare disposti alternamente di testa e di taglio, essa segue
l’andamento curvilineo della salita, tagliata ai piedi della
rupe, risultando così composta di un vano pentagonale, coperto
forse da una volta irregolare.
In mancanza di scavi è difficile stabilire una cronologia;
la proposta più verosimile sembra essere quella di una datazione
nell’ambito del IV o III secolo a.C. La porta della Marina Grande
suscita, ancora oggi, ricordi spiacevoli per i sorrentini in quanto
è da questa porta che il 13 giugno del 1558 penetrarono i pirati
saraceni che saccheggiarono e devastarono rovinosamente la città.
La porta della Marina Piccola si trova alla fine di una breve rampa
che rasenta il fianco del burrone e fiancheggia l’antica chiesa
di S. Antonino.
Sul lato meridionale scorgiamo la Porta di Sovradonno o Parsano che
collegava la città con i casali delle colline ed è collocata
alla fine del cardo maximus.Anche questo lato era protetto da un fossato
che si congiungeva, sul lato occidentale, con quello della Porta di
Massa.Questa porta fu molto usata nel periodo romano in quanto essa
costituiva l’accesso alla campagna e alle domus rustiche.
Gli interessi verso l’entroterra dovevano essere piuttosto scarsi,
nel periodo successivo e fino all’epoca vicereale, visto che
la porta cadde in disuso e si ridusse ad un semplice varco. Essa venne
riaperta solo nel XVIII secolo e denominata “Porta di Parsano
Nuovo”.
Oggi la Porta di Parsano nuovo è stata ristrutturata e alla
sua base sono stati compiuti degli scavi grazie ai quali è
possibile scorgere l’antica fondazione greca-osca posta sotto
il piano stradale. La cinta muraria che percorreva i lati est, sud
e ovest lasciando aperto (ma non indifeso) il lato nord esposto a
picco sul mare città toccava, come fa ancora oggi, i punti
più alti dei precipizi;sorgeva cioè a picco sui fossati.
Ancora qua e là si trovano nelle sue fondamenta blocchi squadrati
dell’impianto antico.
Il perimetro della cinta muraria era di circa 1600 metri e circondava
l’area pianeggiante della città che era di 29 ettari;circa
la metà dell’ area di Pompei. Con il passare dei secoli
è mutato il disegno, ma non la pianta delle cortine e, solo
verso la metà del quattrocento, le cortine, non resistendo
più all’impatto degli attacchi pesanti crollarono rovinosamente.
La fabbrica restò in rovina per molti anni finché, tra
il 1558 e il 1567, iniziò l’opera di ricostruzione (cioè
subito dopo la terribile invasione turca.) Sappiamo infatti da alcuni
documenti che già nel 1532 il viceré Pedro Alvarez De
Toledo aveva stabilito che l’onere per la costruzione della
cinta fortificata competeva alla città che doveva necessariamente
munirsi di una difesa “in proporzione del maggior pericolo che
quelle costiere correvano”. Le vecchie e deboli mura vennero
abbattute e fu costruita la cinta bastionata. La cinta bastionata
risultava più efficace a livello difensivo in quanto all’interno
delle mura dei bastioni, posti agli angoli del recinto, vi era una
massa di terra;inoltre i bastioni, di forma pentagonale, avevano l’angolo
saliente verso la campagna.
Oggi ciò che rimane della fortificazione è il lungo
tratto di muratura meridionale comprendente la Porta di Parsano con
i suoi bastioni e il tratto conclusivo verso il mare ad occidente
detto della Manganella.
Questo tratto di muratura è più basso in quanto situato
sul dirupo e quindi “al sicuro da ogni scalata”e si conclude
con la Porta della Marina Grande. Anche su questo tratto sono ancora
visibili i due bastioni.
Miti e leggende
Sorrento è stata cantata da Omero nella
sua Odissea e pare che il suo nome derivi dal mito delle Sirene che
ammaliavano i navigatori con il loro canto e poi li soffocavano. Ma
Ulisse, l’eroe omerico, con un espediente riuscì a passare
indenne lungo le coste Sorrentine e le Sirene furono trasformate in
isolette dei “Li Galli”che si trovano nei pressi della
costa.
Un altra leggenda risalente al 1558 ci narra che durante l’invasione
dei turchi, nella notte del 13 giugno, questi irruppero nella chiesa
del santo patrono S. Antonino saccheggiando e uccidendo i cittadini,
presero la statua in argento del santo e una campana.
Quando caricarono i loro bottini, materiali e umani, sulle loro navi
si accorsero che la barca su cui era la campana non riusciva a muoversi
per il troppo peso. Decisero quindi di sbarazzarsi della campana e
la gettarono in mare nei pressi del Capo Ateneo. Da allora si racconta
che la campana subacquea emetta dei rintocchi, ogni anno il 13 giugno,
nel giorno dell’anniversario del saccheggio. Tra le altre attrattive
turistiche vale la pena soffermarsi ancora sulle “bellezze storico
artistiche” di Sorrento.
Il Sedile Dominova
Il Sedile Dominova era legato alla vita pubblica di Sorrento poiché
vi si radunava una parte della nobiltà per concertarsi sulla
politica. Si tratta di un ampio spazio regolare di pianta quadrata;
due lati sono chiusi da pareti che recano affreschi, mentre gli altri
due sono aperti con vasti archi sulle vie San Cesareo e giuliani;
l’imponente cupola è del XVII secolo.
Chiesa e chiostro di San
Francesco
Alla chiesa di S. Francesco D’Assisi è annesso un pregevole
chiostro di epoca medievale, con portico arabeggiante ad archi intrecciati
di cui una parte ad archi tondi di tufo su pilastri ottagonali., Da
notare, infine, la presenza di vari oggetti di spoglio, provenienti
da templi pagani, come le tre colonne di angolo riusate funzionalmente.
Accanto al convento è situata la chiesa di San Francesco, che
risale al secolo XVI. All'interno si può ammirare, nella prima
delle tre cappelle di destra, una statua in legno, raffigurante il
santo Cristo crocifisso, donata dalla famiglia Vulcano nel secolo
XVII.
Via della Pietà
Sul tracciato di un decumano del vecchio impianto ippodameo, si snoda
via della Pieta'; la piu' significativa delle antiche strade di Sorrento,
per le notevoli opere architettoniche presenti: Palazzo Veniero, che
costituisce un importante significato del gusto tardo bizantino e
arabo; il Palazzo Correale con l'attigua chiesetta in stile Barocco;
la Loggia che rappresenta un esempio di architettura aragonese.
Museo Correale di Terranova
Il museo ha sede nella villa che fu dei Correale, circondata da un
giardino con piante secolari e da un vasto agrumeto in una splendida
posizione panoramica. L’importanza particolare delle raccolte
è costituita dal fatto che si tratta soprattutto di arte napoletana.
Al pianterreno l’edificio ospita la raccolta archeologica proveniente
dagli scavi effettuati nella zona:frammenti di statue greche,la famosa
base di augusto,colonne,capitelli e busti marmorei.Al primo piano
vi è sistemata la pittura del paesaggio napoletano del 1600e
1800.Nelle stesse sale i mobili offrono dei pregevoli esempi della
tarsia sorrentina e meridionale.Vi sono inoltre raccolti anche splendidi
pezzi di porcellane di Capodimonte e veneziane;interessante è
anche la collezione di maioliche.Al secondo piano si trovano quadri
italiani dal 1400 al 1700 nonché tele di pittori stranieri.
Casa
di Torquato Tasso
Da non dimenticare è che la fama di Sorrento nel mondo è
nota anche grazie al poeta Torquato Tasso che vi nacque nel 1544.
Al Tasso infatti sono dedicate una strada, un monumento, una scuola
e la piazza principale di Sorrento.
La casa dove il poeta ebbe i natali oggi è stato ampliato ed
è uno degli alberghi più antichi e più belli
della cittadina, l’hotel Tramontano. Sorrento dunque ricca di
storia, tradizioni, mitologia si configura ancora oggi, come in passato,
come luogo d’elezione per il soggiorno sia estivo che invernale.
Certo è ben lungo il passo, dai tuffi delle Sirene nel mare,
alle conquiste e alle comodità della vita moderna; ma il tempo
non ha presa sulla bellezza, la quale, come disse Keats, “è
una gioia per sempre”.
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