La Storia di Sorrento

Sorrento in epoca moderna
Dopo la morte della regina avvenuta nel 1438, Sorrento resistette fieramente alle spedizioni di Alfonso I D’Aragona e capitolò solo nel 1467. La città fu concessa al cavaliere del re Gabriele Correale che fu nominato duca a soli 19 anni.
L’11 marzo 1544 nasce Torquato Tasso nella casa della famiglia Matrogiudice, ma vi si stabilisce solo nel 1577 presso la sorella Cornelia. Uno degli eventi più dolorosi per la città di Sorrento, fu l’assalto della flotta Turca di Pialì Mustafà nella notte del 13 giugno 1558. Un domestico turco a servizio della famiglia Correale, incoraggiò i suo compatrioti a sbarcare, aprì la porta della Marina Grande e li introdusse in città. La chiave era custodita dalla famiglia Correale, conservatrice delle quattro porte sorrentine. I turchi fecero 2000 prigionieri, devastarono monasteri, case e chiese saccheggiando e incendiando tutto ciò che trovavano. Rubarono la statua in argento di S.Antonino e la campana. Dopo questo terribile episodio la città di Sorrento impiegò molti anni per ricostruire e fortificare le sue mura. Trascorso senza fatti di rilievo il viceregno austriaco, con la venuta di Carlo di Borbone inizia un periodo di rinascita economica e di tranquillità civile che durò fino alla rivoluzione Francese. E’ il secolo del Grand Tour e dei visitatori illustri a Sorrento. Durante il periodo 1798-1815 molti generali francesi villeggiarono a Sorrento e nel 1808 i francesi occupano Capri mentre Gioacchino Murat risiedeva in una splendida villa a Massa Lubrense da dove riusciva benissimo a vedere l’isola. Anche il 1800 è un secolo d’oro per il turismo d’elite a Sorrento; Vi soggiornano scrittori e poeti inglesi, francesi , tedeschi e russi.

Sorrento Contemporanea
Nel 1818 si costruì il ponte di Cesarano e si riparò il convento di s. Antonino per adibirlo a casa comunale. Nel 1834 si portò a termine la statale Panoramica Sorrento-Castellammare. Nel 1927 furono riuniti i Comuni di Sorrento, S.Agnello, Piano e Meta in un unico comune denominato Sorrento. La Penisola Sorrentina in quesi ultimi anni si è ingrandita molto e ha fatto grandi progressi e ha subito grandi trasformazioni tutte tese a offrire sempre più comfort ma conservando sempre intatto il suo fascino ed i suoi panorami mozzafiato.

La Cattedrale
Fondata nell’anno Mille e ricostruita nel Quattrocento in forme rinascimentali, è accompagnata da un insolito campanile d’influsso bizantino.La facciata e' in stile gotico. Su un fianco presenta un portale marmoreo del 1479. Nell’interno, tripartito, a croce latina sono conservati rilievi in marmo e un coro ad intarsio.Nella prima cappella si puo' ammirare un piccolo dossale marmoreo col "Redentore" del 1522 inquadrato da "Santi" e da un'"Annunciazione" del XIV-XV secolo; alla parete sinistra "San Cristoforo". Nella navata centrale "I martiri sorrentini Quinto, Marco, Quartilla e Quintilla" e due tele coi quattro "Vescovi patroni" di Nicola e Oronzo Malinconico (1685). Sul soffitto l'"Assunzione", "SS.Filippo e Giacomo", di Giacomo del Po. In fondo il "trono arcivescovile" del 1573 e di fronte un "pulpito" marmoreo del 1573, sotto il quale e' una "Madonna col Bambino tra i SS.Giovanni Battista ed Evangelista" di Silvestro Buono. Nel transetto il "Presepio"; nell'abside un coro ligneo.

S.Antonino
Di S. Antonino non si sa ancora oggi con certezza né il luogo né la data di nascita, né il tipo di vita da lui condotto fino a quando giunse a Stabia e fu benevolmente accolto da Catello, Vescovo di quella città, il quale poi, ritiratosi a vita eremitica sul monte Faito, gli affidò il governo spirituale della sua diocesi. Ma non molto dopo S. Antonino, lasciato l'incarico, si ritirò anche lui su quel monte, e lì, dopo una visione dell'Arcangelo Gabriele, costruirono insieme un oratorio in suo onore. Diffusasi intanto nei paesi vicini la fama della sua santità, i Sorrentini lo pregarono di stabilirsi presso di loro, ed egli, accogliendo il loro invito, lascio le solitudini del Faito ed il vescovo Catello, ed entrò nel monastero benedettino di S. Agrippino, di cui allora era abate un certo Bonifacio, che nell'imminenza della morte lo designò suo successore.Anche in quella veste S. Antonino diede luminosi esempi di virtù e di santità, ed operò miracoli, di cui il più celebre fu quello di aver liberato e restituito sano e salvo alla madre disperata un bambino, che era stato ingoiato da un grosso cetaceo, che si era avvicinato alla spiaggia di Sorrento.Di S. Antonino si sa pure che quando le cure dell'abazia gli lasciavano del tempo libero, egli lo impiegava in lavori manuali, specialmente in quelli di falegname e di vignaiuolo.S. Antonino chiuse la vita terrena, pieno di meriti, il 14 Febbraio dell'anno in cui era console Probiano, e cioè nel 471 d.C.Ma, come per la data ed il luogo di nascita, anche per quanto riguarda la morte di S. Antonino nulla è certo. In quanto alcuni studiosi fanno risalire la sua morte al 626 d.C., mentre altri nell'830 d.C.

Le Processioni della settimana santa nella penisola Sorrentina

Le origini
Le confraternite italiane, sin dalle loro origini, hanno organizzato autonomamente o in collaborazione con altre istituzioni sia religiose che laiche, processioni e rappresentazioni sacre in occasione di particolari ricorrenze. Queste manifestazioni di fede avevano, ed in buona sostanza ancora conservano, aspetti di connotazione eminentemente e sinceramente religiosa e penitenziale, dai quali però non andavano e non vanno tuttora disgiunte talune espressioni di esteriorità tendenti a far prevalere il lato emozionale delle manifestazioni stesse attraverso l'esposizione scenografica e/o drammatica dell'evento oggetto della celebrazione, come nel caso delle rappresentazioni della Passione e Morte del Cristo. Accanto alla funzione religiosa vi fu quindi sotteso un certo interesse propagandistico, nel senso migliore della parola, da indirizzare verso la società civile per ottenere adesioni e consensi, sia in campo religioso che a livello corporativo, nonchè distinzioni tra le singole associazioni onde suscitare o confermare tra le popolazioni posizioni di prestigio collettivo e personale per i confratelli partecipanti, principalmente per i quadri dirigenti.
Particolare attenzione venne posta dal mondo confraternale in modo preminente alle processioni del Corpus Domini e della Settimana Santa, più che a quelle in onore dei Santi protettori, per le quali si organizzarono a Roma e nelle più grandi città italiane, segnatamente a partire dal sedicesimo secolo, cortei e rappresentazioni sacre imponenti per numero di partecipanti, per sfarzo di paludamenti e per ricchezze di scenografie.
La consuetudine interessò, ovviamente, anche la provincia italiana dove le manifestazioni, pur non avendo le stesse caratteristiche di grandiosità e lustro, poterono conservare gran parte delle motivazioni religiose originali, perdurare nel tempo come tradizioni popolari e giungere, sovente quasi indenni, sino ai nostri giorni. E' appunto il caso verificatosi nell'area sorrentino-amalfitana dove sia le confraternite che altre organizzazioni parrocchiali danno tuttora vita ad antiche e suggestive rappresentazioni sacre in occasione della Settimana Santa e di particolari ricorrenze quali la solennità del Corpus domini ed il Natale.


La storia delle processioni in Penisola
Le origini delle processioni della Settimana Santa nella penisola sorrentina non sono accertabili con esattezza. Ricollegabili senza alcun dubbio all'antica consuetudine del mondo confraternale sin dal suo sorgere, esse ebbero sicuramente un notevole impulso durante la dominazione spagnola nel Regno di Napoli, ma la consuetudine di andare in processione in preghiera cantando salmi nel Giovedì Santo e di visitare gli Altari della Reposizione, i Sepolcri come ancora oggi impropriamente si dice, è antichissima e risale a molti secoli addietro.
Le confraternite sorrentine si dividono questo compito, secondo le loro antiche consuetudini, visitando gli Altari la sera del Giovedì Santo, dopo le funzioni liturgiche nella Chiesa parrocchiale, o nella notte tra il giovedì ed il Venerdì Santo, portando in processione, in tal caso, anche la statua della Madonna Addolorata che simboleggia nella tradizione popolare la Madre alla ricerca del Figlio caduto nelle mani dei suoi carnefici.
La processione del Cristo Morto si svolge dopo le funzioni liturgiche del Venerdì Santo, al tramonto. In passato era organizzata generalmente dalle Chiese parrocchiali che invitavano le confraternite a parteciparvi. In alcune parrocchie l'organizzazione della processione era ed è tuttora compito, per antica tradizione, di una particolare confraternita.

Le processioni della Settimana Santa sono la parte fondamentale dell'impegno secolare non solo delle Confraternite dell'Arcidiocesi di Sorrento, che ogni anno le animano rinnovando puntualmente un mitico, secolare appuntamento di primavera, ma di tutti gli abitanti della Penisola sorrentina che vivono in esse momenti particolari, mistici ed affascinanti. Descrivere l'atmosfera che circonda queste nostre manifestazioni così coinvolgenti e suggestive non è cosa facile; bisogna viverle, "esservi dentro" ed immergersi in quell'aria misteriosa e severa, delicata ed altera, ma sempre e comunque di grande drammaticità per capirne l'essenza e riceverne emozioni e sentimenti.Gli incappucciati sfilano a passo lento, cadenzato; sfuggono nella notte, paludamenti bianchi, neri, rossi, violacei, azzurri, appena illuminati dalle fiaccole e dai lampioni che recano e poi croci, simboli della Passione, stendardi e canti struggenti, mitiche visioni e percezioni impalpabili di tempi remoti risalenti, attraverso l'inconscio, a riti forse vissuti, lontani nel tempo secoli o millenni.

I Simboli
Le notti del Giovedì e del Venerdì Santo sono notti affascinanti. "Incantesimo del Venerdì Santo", la musica di Wagner, come d'incanto è la rievocazione della Passione e Morte del Cristo che le Confraternite sorrentine rappresentano da secoli, recitando un dramma millenario che coinvolge e commuove poichè ricorda un misfatto storico, il crimine più grande dell'umanità. I confratelli interpretano con convinzione il loro ruolo; penitenti ed attori ad un tempo, in modo profondamente laico ma convintamente religioso, essi tendono a coinvolgere emotivamente gli spettatori, quasi a volerli rendere responsabili delle sofferenze a cui fu sottoposto il Cristo, anche a causa dei loro peccati, attraverso la presentazione nei termini più drammatici e crudeli delle torture a cui fu sottoposto. La loro rappresentazione non è dunque manifestazione esteriore di fede o di tradizione popolare ma è interpretazione di sentimenti più importanti che emergono dal profondo dell'animo e si inoltrano nell'ignoto come ignoti sono gli stessi incappucciati. Essi, negando il loro volto ed annullando la propria identità, esprimono impassibilità ed emozioni, convinzioni e dubbi, fede e tradizione, sovente un'ansia che anela nel segreto a ritrovare una libertà interiore perduta, a rafforzare una fede sopita, ad espiare errori attraverso un sacrificio, ancorchè minimo, nel portare una fiaccola, un simbolo della Passione, una statua o una croce leggera, molto più leggera di quella del Cristo.

Il significato
Le processioni della Settimana Santa sono dunque una sincera ed accorata espressione di fede religiosa e di pentimento, non un avvenimento di folklore locale dettato solamente dalla tradizione o, peggio, da effimere esigenze turistiche, poichè, se così fosse, esse sarebbero già estinte da tempo come è avvenuto per altre manifestazioni. I sostenitori di queste tesi, e ve ne sono anche tra il clero, con un esame più approfondito potrebbero sicuramente convincersene. Quanti fratelli non assidui nel frequentare le funzioni religiose colgono queste occasioni per entrare nella loro Chiesa o nella Congrega e partecipare da ignoti penitenti, magari passando sommessamente dalla porta laterale o da quella piccola "sotto il campanile", complice un saio ed un cappuccio senza nome. Quanti giovani, lasciando gli abituali impegni e gli svaghi, trascorrono nei mesi precedenti la Settimana Santa intere serate in faticosi preparativi, in pazienti lavori per preparare il vestiario, per lucidare i lampioni, per concertare i canti; e per alcuni di loro tutto ciò è anche occasione per restare lontano dalle insidie della odierna società. La nostra religione è fatta anche di testimonianze, e di segni, e tali sono le nostre processioni, segni tangibili di fede, senza dubbio positivi anche se velati da residui sedimenti di orgogli e vanità personali e collettivi, da cui sarebbe auspicabile liberarsi. Esse non appartengono solamente alle confraternite che le organizzano o agli incappucciati che le interpretano; sono patrimonio di tutti e vengono intensamente vissute da tutti, penitenti e fedeli, attori e spettatori. Chi assiste ai bordi delle strade al lento passare dei confratelli dal volto coperto vive e partecipa in eguale misura alla rappresentazione del dramma. Attori e spettatori, tutti in ogni caso penitenti, restano immersi in lunghi e religiosi silenzi confermati dal fruscio dei sai, de passi lenti e cadenzati degli incappucciati, dall'incedere frettoloso dei maestri di cerimonia, in uno scenario spesso particolare e suggestivo reso più drammatico dalla luna che, correndo tra nuvole grevi, ora disegna ed ora cancella tremolanti e fantastiche ombre sul selciato luccicante per la pioggia o l'umidità della notte. Mitiche immagini senza tempo.

Le antiche mura, le porte e l'impianto della città
I greci o gli Osci cinsero la città di mura il cui andamento era interrotto da almeno cinque porte, di cui due verso il mare e una su ognuno dei lati rivolti verso terra.La presenza delle due porte verso il mare (ubicate alle estremità nord-occidentale e nord-orientale del centro abitato) si aprivano in corrispondenza di due percorsi gradinati in diretto ed immediato rapporto con le marine e quindi ciò fa presumere che i flussi commerciali, in epoca pre-romana e romana fossero affidati esclusivamente al mare. Fu con i Romani che venne realizzata la strada che, seguendo le linee di costa della penisola , collegava Sorrento con Stabia e con il Capo Ateneo. Qui i Greci costruirono un tempio dedicato alla dea Atena poi consacrato dai Romani a Minerva. Fu anche luogo di approdo per l’isola di Capri. La strada romana si innestava perfettamente nel decumanus maximus mediante due porte ubicate alle opposte estremità del decumano stesso (porta Minerva ad ovest e porta del Piano ad est) oggi purtroppo distrutte.Sul lato occidentale all’uscita della città dalla porta Minerva ci rimangono solamente dei resti del ponte che scavalcava il profondo burrone che delimita questo lato dell’abitato. Di esso si sono conservati due piloni con l’ attacco dell’arco; i piloni alti circa dieci metri e impostati sulla roccia, sono in conglomerato cementizio con un paramento in opera reticolata e conci di tufo; la luce dell’arco è di cinque metri circa. L’opera si data, per il tipo di tecnica edilizia in età augustea. Sul ponte in muratura poggiava quello di legno collegato alla porta di Massa. Della Porta del Piano, posta ad est del decumano maximus, non ci rimangono che alcune illustrazioni di Giacinto Gigante conservate al Museo di Capodimonte poiché l’antica porta fu distrutta nel 1866 per ampliare la Piazza Tasso e costruire il Corso principale parallelo al decumano maggiore. La Porta del Piano o di Stabia sorgeva all’ingresso della città e sovrastava il fossato ad est scavalcato anch’esso da un ponte oggi murato. Fino al 1866 sulla Porta del Piano era ubicata anche la statua di S. Antonino, il Santo patrono venerato a Sorrento, in seguito spostata al centro della piazza Tasso. Incorporato nelle mura a “guardia della città e della porta” sorgeva anche un castello edificato nel 1272 più volte distrutto e riedificato col passare dei secoli. La porta che dà accesso alla Marina Grande, come in antico al porto, nonostante i vari rifacimenti subiti è indubbiamente antica. Costruita in opera quadrata con blocchi di calcare disposti alternamente di testa e di taglio, essa segue l’andamento curvilineo della salita, tagliata ai piedi della rupe, risultando così composta di un vano pentagonale, coperto forse da una volta irregolare.
In mancanza di scavi è difficile stabilire una cronologia; la proposta più verosimile sembra essere quella di una datazione nell’ambito del IV o III secolo a.C. La porta della Marina Grande suscita, ancora oggi, ricordi spiacevoli per i sorrentini in quanto è da questa porta che il 13 giugno del 1558 penetrarono i pirati saraceni che saccheggiarono e devastarono rovinosamente la città. La porta della Marina Piccola si trova alla fine di una breve rampa che rasenta il fianco del burrone e fiancheggia l’antica chiesa di S. Antonino.
Sul lato meridionale scorgiamo la Porta di Sovradonno o Parsano che collegava la città con i casali delle colline ed è collocata alla fine del cardo maximus.Anche questo lato era protetto da un fossato che si congiungeva, sul lato occidentale, con quello della Porta di Massa.Questa porta fu molto usata nel periodo romano in quanto essa costituiva l’accesso alla campagna e alle domus rustiche.
Gli interessi verso l’entroterra dovevano essere piuttosto scarsi, nel periodo successivo e fino all’epoca vicereale, visto che la porta cadde in disuso e si ridusse ad un semplice varco. Essa venne riaperta solo nel XVIII secolo e denominata “Porta di Parsano Nuovo”.
Oggi la Porta di Parsano nuovo è stata ristrutturata e alla sua base sono stati compiuti degli scavi grazie ai quali è possibile scorgere l’antica fondazione greca-osca posta sotto il piano stradale. La cinta muraria che percorreva i lati est, sud e ovest lasciando aperto (ma non indifeso) il lato nord esposto a picco sul mare città toccava, come fa ancora oggi, i punti più alti dei precipizi;sorgeva cioè a picco sui fossati. Ancora qua e là si trovano nelle sue fondamenta blocchi squadrati dell’impianto antico.
Il perimetro della cinta muraria era di circa 1600 metri e circondava l’area pianeggiante della città che era di 29 ettari;circa la metà dell’ area di Pompei. Con il passare dei secoli è mutato il disegno, ma non la pianta delle cortine e, solo verso la metà del quattrocento, le cortine, non resistendo più all’impatto degli attacchi pesanti crollarono rovinosamente.
La fabbrica restò in rovina per molti anni finché, tra il 1558 e il 1567, iniziò l’opera di ricostruzione (cioè subito dopo la terribile invasione turca.) Sappiamo infatti da alcuni documenti che già nel 1532 il viceré Pedro Alvarez De Toledo aveva stabilito che l’onere per la costruzione della cinta fortificata competeva alla città che doveva necessariamente munirsi di una difesa “in proporzione del maggior pericolo che quelle costiere correvano”. Le vecchie e deboli mura vennero abbattute e fu costruita la cinta bastionata. La cinta bastionata risultava più efficace a livello difensivo in quanto all’interno delle mura dei bastioni, posti agli angoli del recinto, vi era una massa di terra;inoltre i bastioni, di forma pentagonale, avevano l’angolo saliente verso la campagna.
Oggi ciò che rimane della fortificazione è il lungo tratto di muratura meridionale comprendente la Porta di Parsano con i suoi bastioni e il tratto conclusivo verso il mare ad occidente detto della Manganella.
Questo tratto di muratura è più basso in quanto situato sul dirupo e quindi “al sicuro da ogni scalata”e si conclude con la Porta della Marina Grande. Anche su questo tratto sono ancora visibili i due bastioni.

Miti e leggende
Sorrento è stata cantata da Omero nella sua Odissea e pare che il suo nome derivi dal mito delle Sirene che ammaliavano i navigatori con il loro canto e poi li soffocavano. Ma Ulisse, l’eroe omerico, con un espediente riuscì a passare indenne lungo le coste Sorrentine e le Sirene furono trasformate in isolette dei “Li Galli”che si trovano nei pressi della costa.
Un altra leggenda risalente al 1558 ci narra che durante l’invasione dei turchi, nella notte del 13 giugno, questi irruppero nella chiesa del santo patrono S. Antonino saccheggiando e uccidendo i cittadini, presero la statua in argento del santo e una campana.
Quando caricarono i loro bottini, materiali e umani, sulle loro navi si accorsero che la barca su cui era la campana non riusciva a muoversi per il troppo peso. Decisero quindi di sbarazzarsi della campana e la gettarono in mare nei pressi del Capo Ateneo. Da allora si racconta che la campana subacquea emetta dei rintocchi, ogni anno il 13 giugno, nel giorno dell’anniversario del saccheggio. Tra le altre attrattive turistiche vale la pena soffermarsi ancora sulle “bellezze storico artistiche” di Sorrento.

Il Sedile Dominova
Il Sedile Dominova era legato alla vita pubblica di Sorrento poiché vi si radunava una parte della nobiltà per concertarsi sulla politica. Si tratta di un ampio spazio regolare di pianta quadrata; due lati sono chiusi da pareti che recano affreschi, mentre gli altri due sono aperti con vasti archi sulle vie San Cesareo e giuliani; l’imponente cupola è del XVII secolo.

Chiesa e chiostro di San Francesco
Alla chiesa di S. Francesco D’Assisi è annesso un pregevole chiostro di epoca medievale, con portico arabeggiante ad archi intrecciati di cui una parte ad archi tondi di tufo su pilastri ottagonali., Da notare, infine, la presenza di vari oggetti di spoglio, provenienti da templi pagani, come le tre colonne di angolo riusate funzionalmente. Accanto al convento è situata la chiesa di San Francesco, che risale al secolo XVI. All'interno si può ammirare, nella prima delle tre cappelle di destra, una statua in legno, raffigurante il santo Cristo crocifisso, donata dalla famiglia Vulcano nel secolo XVII.

Via della Pietà
Sul tracciato di un decumano del vecchio impianto ippodameo, si snoda via della Pieta'; la piu' significativa delle antiche strade di Sorrento, per le notevoli opere architettoniche presenti: Palazzo Veniero, che costituisce un importante significato del gusto tardo bizantino e arabo; il Palazzo Correale con l'attigua chiesetta in stile Barocco; la Loggia che rappresenta un esempio di architettura aragonese.

Museo Correale di Terranova
Il museo ha sede nella villa che fu dei Correale, circondata da un giardino con piante secolari e da un vasto agrumeto in una splendida posizione panoramica. L’importanza particolare delle raccolte è costituita dal fatto che si tratta soprattutto di arte napoletana. Al pianterreno l’edificio ospita la raccolta archeologica proveniente dagli scavi effettuati nella zona:frammenti di statue greche,la famosa base di augusto,colonne,capitelli e busti marmorei.Al primo piano vi è sistemata la pittura del paesaggio napoletano del 1600e 1800.Nelle stesse sale i mobili offrono dei pregevoli esempi della tarsia sorrentina e meridionale.Vi sono inoltre raccolti anche splendidi pezzi di porcellane di Capodimonte e veneziane;interessante è anche la collezione di maioliche.Al secondo piano si trovano quadri italiani dal 1400 al 1700 nonché tele di pittori stranieri.

Casa di Torquato Tasso
Da non dimenticare è che la fama di Sorrento nel mondo è nota anche grazie al poeta Torquato Tasso che vi nacque nel 1544. Al Tasso infatti sono dedicate una strada, un monumento, una scuola e la piazza principale di Sorrento.
La casa dove il poeta ebbe i natali oggi è stato ampliato ed è uno degli alberghi più antichi e più belli della cittadina, l’hotel Tramontano. Sorrento dunque ricca di storia, tradizioni, mitologia si configura ancora oggi, come in passato, come luogo d’elezione per il soggiorno sia estivo che invernale. Certo è ben lungo il passo, dai tuffi delle Sirene nel mare, alle conquiste e alle comodità della vita moderna; ma il tempo non ha presa sulla bellezza, la quale, come disse Keats, “è una gioia per sempre”.

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La Storia di Sorrento

Sorrento in epoca romana imperiale
Nell’estrema parte occidentale della città all’incrocio delle due vie principali sorgeva il Foro lo attestano alcuni scavi ed il luogo conserva tutt’ora il nome. Tra il I e III secolo a.C. dell’epoca imperiale la città cominciò ad essere occupata dalle grandi ville che, i facoltosi romani si facevano edificare nei luoghi più incantevoli della costa. Si trattava generalmente di grosse ville costiere con approdi privati e peschiere.
Purtroppo non conosciamo l’ubicazione precisa né la loro estensione ma ci sono delle fonti e dei reperti archeologici conservati nel Museo Correale che ci forniscono qualche notizia più accurata.
La scelta di Sorrento come luogo ideale per la costruzione delle ville fu favorita, sia dalla bellezza dei luoghi, sia dal periodo di pace (la pax augustea) dell’Impero Romano. Sorsero comunque anche delle ville all’interno della città che occupavano generalmente più di un’insula del tracciato antico e ciò comportò parziali alterazioni della simmetria dello stesso.
Gli studiosi sono concordi nell’affermare che esistevano almeno due ville che si susseguivano sulla costa senza interruzioni; l’hotel Vittoria, uno degli alberghi più antichi di Sorrento, che domina la marina piccola, è infatti tutto costruito su fondazioni romane.Una testimonianza del 1888 ci rivela appunto che grazie a dei restauri nel sottosuolo dell’albergo vennero alla luce circa trenta colonne di porfido e un bel pavimento a mosaico. Marmi, suppellettili, capitelli e tutto ciò che nel corso dei secoli non è stato riutilizzato si trova in collezioni private o al Museo Correale Purtroppo quasi nulla ci resta degli edifici della città antica a causa dell’ininterrotta vita di insediamento fino ad oggi solo alcuni resti di necropoli di età pre-romana e romana, alcune cisterne e soprattutto i resti di due tratti delle mura della città e un ponte.

Sorrento Medievale
Sorrento ebbe una sua sede arcivescovile intorno al 420 d.C., e dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, rimase sottoposta a Bisanzio. Fu invano assediata dai Longobardi. Dopo il saccheggio dei Goti i sorrentini saliti sui monti,fondarono Massaquana ed altri villaggi.La terra sorrentina inorridì per le persecuzioni ai martiri cristiani e per il sacrificio di S.Agnello e S. Antonino. Divenne Ducato libero nel 1024 e dovette difendersi dagli attacchi dei Saraceni; Nel 1133 fu conquistata dai Normanni dai quali ottiene autonomia solo nel 1137 con l’aiuto dei pisani. Nel 1300 Sorrento ,come tutto il meridione d’Italia è in mano agli Angioini che la fortificarono e fecero erigere delle torri di avvistamento a Punta Campanella.Il re di Napoli Ladislao per le nozze della sorella Giovanna,futura regina di Napoli ,nel 1399 scelse la penisola sorrentina. La regina ritornò spesso a villeggiare a Sorrento nelle due ville che sorgevano,l’una presso la chiesa di Casarlano e l’altra a Capo di Sorrento, sulle rovine della villa Pollio.

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